Alcuni anni fa, mi sono ritrovato immerso in profonde conversazioni con Andy Brogan, esplorando qualcosa che chiamavamo Musica Universale. Cercavamo di comprendere i ritmi e i flussi della vita, non soltanto in senso metaforico, ma come qualcosa di reale, qualcosa che potevamo sentire. Era un percorso che ci portava a scrutare il tessuto stesso dell’esistenza, sintonizzandoci con gli schemi che danno forma al nostro essere. Al centro della nostra ricerca c’era la risonanza: perché ci sentiamo attratti da certe persone, idee o ambienti? Cosa ci fa sentire a casa con alcuni e disorientati con altri? È diventato chiaro che, in qualche modo, ciascuno di noi cerca di condividere la propria musica: il modo in cui risuona, come individuo, con il mondo circostante.
Quell’esplorazione ha acceso qualcosa in me. Volevo scriverne, dare un senso a ciò che avevamo scoperto. In quel periodo ho conosciuto Max Henning. Max aveva lavorato con Antonio Damasio al Brain and Creativity Institute della University of Southern California. Le ricerche di Damasio hanno aperto nuove strade nella comprensione di come i nostri sentimenti, comportamenti e il senso di sé emergano dai processi biologici. Ha dimostrato che le emozioni e la cognizione non sono separate dal corpo, ma profondamente intrecciate con il processo di omeostasi: il modo in cui la vita si adatta continuamente per mantenere l’equilibrio. In altre parole, ciò che sentiamo non è soltanto psicologico: è biologico. È il modo in cui la vita, attraverso di noi, segnala quando qualcosa è in armonia e quando qualcosa non va.
Grazie alle intuizioni di Max, la nostra conversazione si è approfondita. Ci siamo rivolti a una domanda ancora più grande: Qual è lo scopo della vita? Non soltanto in senso astratto, ma in un modo direttamente legato a come viviamo ogni giorno. Qual è il mio scopo? Qual è il tuo?
È stato attraverso J. Kim Wright che è emersa l’espressione Servire la Vita. E, quando è successo, tutto ha trovato il proprio posto. Le funzioni, i processi e l’evoluzione della vita sono tutti al servizio di una sola cosa: la vita stessa. E questo, a sua volta, è il nostro scopo. Non in senso morale o prescrittivo, ma come osservazione. Dalla realtà biologica dell’omeostasi alla saggezza tramandata dalle tradizioni indigene di tutto il mondo, ritroviamo la stessa verità: la vita esiste per sostenersi ed evolversi. Ogni cellula, ogni organismo, ogni ecosistema partecipa a questo processo. E quando ce ne allontaniamo, quando agiamo in modi che indeboliscono la vita anziché sostenerla, lo sentiamo.
La dissonanza è reale. Avvertiamo la disconnessione, anche quando non riusciamo a darle un nome. Quella tensione tra servire la vita ed essere intrappolati in sistemi che estraggono, sfruttano o isolano genera il disagio che tanti di noi provano oggi.
È qui che comincia il viaggio. Servire la Vita non è soltanto un’espressione: è un invito. Un’esplorazione. Un modo di vedere che ha il potenziale di cambiare il nostro rapporto con il lavoro, la comunità e il mondo stesso. Nelle prossime settimane condivideremo altre riflessioni: su cosa significa tutto questo, su come possiamo ritrovare la sintonia con il fluire della vita e su come possiamo creare spazi in cui servire la vita sia il fondamento, non l’eccezione.
Per ora, ti invitiamo a soffermarti su queste domande: Dove senti risonanza? Dove senti dissonanza? La vita ci sta parlando. Più ascoltiamo, più ritroviamo la strada verso ciò che siamo davvero qui per fare.
Il viaggio continua.
