Per quattro giorni, una donna di sessant’anni è rimasta morta nella sua postazione d’ufficio senza che nessuno se ne accorgesse. Wells Fargo ha espresso le proprie condoglianze e ha continuato a lavorare. Anni prima, la stessa ossessione per la crescita aveva spinto i dipendenti ad aprire milioni di conti falsi solo per sopravvivere a obiettivi impossibili. Quando è scoppiato lo scandalo, a essere accusati non sono stati i dirigenti, ma la società, la «persona» giuridica. Ha pagato tre miliardi di dollari, rinnovato la propria immagine ed è andata avanti.
Una società non può provare vergogna o lutto. Raggiunge accordi. Il titolo scende, l’attività riprende, mentre gli addetti agli sportelli e i clienti sopportano la stanchezza, l’ansia e, a volte, la morte. È ciò che accade quando una finzione acquisisce diritti senza responsabilità.
La legge può punire Wells Fargo, ma non può far sì che le importi.
La società commerciale è nata come una licenza reale per estrarre risorse per conto della corona: spezie, terre, pellicce. Gli atti di concessione avevano una durata limitata ed erano revocabili. Eppure alcune si sono rifiutate di morire. La Hudson’s Bay Company, nata nel 1670, è sopravvissuta fino a poco tempo fa come un involucro dedito al commercio al dettaglio. Da quegli strumenti di estrazione è nata la società moderna, svincolata da un luogo o da uno scopo, esistente soltanto per durare.
Per soddisfare gli investitori che volevano imprese capaci di sopravvivere ai fondatori, i legislatori hanno attribuito alle società una personalità giuridica. Una comodità è diventata un credo. Quando i tribunali statunitensi hanno esteso loro le tutele del Quattordicesimo Emendamento, la finzione si è completata: la società come superpersona, immortale, razionale, illimitata.
Alla radice c’è la narrazione del Controllo Necessario: la convinzione che le istituzioni debbano imporre ordine a esseri umani inaffidabili, che la stabilità richieda qualcosa di più grande della vita stessa. La vita umana è disordinata e transitoria. Le persone muoiono, si spostano, dimenticano e perdonano. Le società no. Promettono stabilità in un mondo che cambia.
Dietro questa narrazione c’è una paura antica: senza qualcosa di più grande, una gerarchia, una «persona» che non muore mai, regnerebbe il caos. Così abbiamo affidato alla società non soltanto il nostro lavoro, ma anche la nostra fiducia. Le abbiamo permesso di coordinarci, di pianificare per noi, persino di parlare per noi. Ma la permanenza ha un prezzo. Quando la società è diventata immortale, le persone sono diventate sostituibili. E quando la sua sopravvivenza è diventata la misura del successo, la vita stessa è diventata un costo da gestire.
Le società hanno incarnato il mito secondo cui la ragione dovrebbe governare il sentimento: potevano decidere senza emozione, ottimizzare senza sosta, crescere senza fine. Ma la vita non cerca una crescita infinita; cerca equilibrio. Circola, si adatta, si trasforma. Quando le società si rivestono di ragione e permanenza, invertiamo l’ordine naturale. Abbiamo messo ciò che è vivo al servizio di ciò che non lo è. Quando queste macchine avvelenano i fiumi o sfiniscono i lavoratori, la legge non soffre: calcola una sanzione. In questo mondo, il denaro è la morale: peccare, pagare, ripetere.
Raramente mettiamo in discussione questa struttura, perché ci siamo cresciuti dentro. Quando le persone dicono «L’azienda si è presa cura di me» oppure «L’azienda mi ha tradito», ne parlano come di un essere. Abbiamo costruito interi linguaggi intorno a questa illusione: risorse umane, identità di marca, cultura aziendale. Tutti tentativi di dare un’anima a un insieme di contratti.
Ma quell’«anima» è narrazione, non vita. Attraverso la Lente della Narrazione, la società sembra reale: loghi, tono e posizione morale. Attraverso la Lente della Vita, l’illusione crolla. Non esiste un’«azienda», soltanto persone in relazione, legate da accordi che possono sempre essere riscritti. Trattiamo la finzione come la costante e noi stessi come la variabile. Manteniamo viva l’azienda anche quando dimentica che siamo vivi noi.
Attraverso la Lente della Vita, non si tratta di un’azienda che paga per i propri errori, ma di un sistema così isolato dalla finzione che un essere umano può morirvi dentro senza essere visto. Non è malvagità. È cecità che scambia la mappa per il territorio, il modello per il mondo, la società per la persona.
Per recuperare ciò che è reale, cominciamo da semplici consapevolezze:
La società non è viva; è uno strumento temporaneo di coordinamento.
La sua continuità non è sacra; quella della vita lo è.
I suoi diritti esistono soltanto perché glieli concediamo, e possono essere revocati.
La domanda non è se le società debbano esistere, ma se le narrazioni che creiamo servano ancora la vita. Se non è così, è il momento di riscrivere lo statuto: non con nuovi slogan, ma radicando di nuovo il nostro lavoro nella vita stessa, nelle relazioni, nei bisogni e nei ritmi che ci rendono reali.
Il caso Wells Fargo chiude un capitolo e apre il successivo. Quando abbiamo trasformato la società in una persona, abbiamo anche creato una nuova misura per tenerla in riga: il denaro. Poiché non può provare dolore, l’unico modo per punirla è farla pagare. Così abbiamo costruito un mondo in cui il denaro è diventato il linguaggio universale delle conseguenze.
È così che le finzioni si moltiplicano. Inventiamo un’illusione — la società come persona — e un’altra per gestirla: il denaro come realtà. Ogni strato ci allontana ulteriormente dalla vita, finché dimentichiamo che ogni economia e ogni sistema esistono soltanto perché esseri viventi cooperano, si prendono cura e creano insieme.
Se credi che le società meritino la tua lealtà, continua ad alimentare la loro fame di crescita. Ma se avverti il malessere silenzioso di servire astrazioni che non possono ricambiare il tuo affetto, cambia lente. Guardale come strutture temporanee di coordinamento, non come esseri. Guarda le loro sanzioni non come giustizia, ma come promemoria di quanto ci siamo allontanati dal reale. Ricorda: la vita, fragile, disordinata, transitoria, è la nostra unica vera continuità.
Perché quando attribuiamo alla narrazione il potere delle persone, le persone diventano sacrificabili. Ma quando riportiamo la vita al centro, anche le nostre organizzazioni possono tornare a respirare. E quel respiro ci conduce alla domanda successiva:
Se il denaro è ciò che una società sente, che cosa rende questo il denaro stesso?
